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London Colours /2

© Francesca Iovene

"Vuoto parolaio, presuntuoso come solo i veri ignoranti sanno essere, in un paese appena appena più decente potremmo al più vederlo correre da fermo in televendite di tapis roulant su Telefiesole 24. Ma il paese è nella merda ed è in congiunture come queste che il pallone gonfiato viene a galla a offrirsi come salvagente. Ipotiposi della mancanza di alternativa, faccia di cazzo e schizzetto di saliva, è il cadavere di turno che ci tocca aspettare sulla sponda del fiume."
Malvino: […]
6 Notes
#11

romperelescatole:

Ho un ricordo. C’era l’ingresso, c’ero io, c’erano i muri tutti bianchi e il parquet scuro, una parete leggermente curva, una colonna. Una scala che sale, gli scatoloni pieni, dappertutto, la gente che entrava e usciva e continuava a portare sempre più roba, io, immobile. Avevo 6 anni e non conoscevo il dolore che si prova quando te ne vai, non conoscevo le distanze, le mancanze, per quanto ne sapevo avevamo cambiato casa spostandoci di 10 metri, o magari anche di 800 km, ma alla fine, realmente, ci eravamo spostati di nemmeno 30. Dalla città alla provincia, dal cortile con l’asfalto su cui mi sono sbucciata le ginocchia innumerevoli volte, al giardino con la quercia, il salice, le lavande sul vialetto, i giri in bicicletta fino al parco, le elementari e il pulmino giallo. Mi ricordo di quella volta che faceva caldissimo ma non era ancora estate, eravamo lì da poco, l’erba del giardino non era ancora cresciuta, c’era solo la terra, era morbidissima e quando non mi vedevano ci andavo a camminare sopra a piedi nudi, era così bello, era così soffice, la sera quando faceva fresco l’odore si faceva ancora più forte e io pensavo che quella lì fosse la felicità. Lo penso ancora. 

Poi ho scoperto cos’è il tradimento e il senso di vuoto, quando ho sentito mia madre al telefono parlare di un secondo trasloco, che saremmo tornati di nuovo a Brescia, e io il perché non lo capivo. Ho pianto e mi sono arrabbiata, avevo 10 anni e non volevo andare da nessuna parte. Per me quella casa era la casa più bella di tutte, quel minuscolo paese era il mondo intero, i miei amici quelli che avrei voluto per tutta la vita. Non sono mica riuscita a convincerli, i miei genitori, e quindi siamo partiti lo stesso. Ho salutato la mia casa e sono ritornata dove il giardino non c’era più, le strade erano più grandi, gli odori erano diversi, e mi dicevano Siamo tornati nello stesso posto, è lo stesso cortile, lo stesso palazzo, cambia solo il piano, non te lo ricordi? Forse me lo ricordavo. Forse mi ricordavo la magnolia gigantesca in mezzo al cortile, ma tutto ciò che c’era intorno non lo capivo e forse non lo volevo capire, la camera nuova, il corridoio con il pavimento di marmo, l’ascensore che si deve premere il 5 se si vuole andare su da me, piazzale Battisti dal balcone della sala, la cucina con 3 finestre, il bagno giallo per me e mio fratello. Poi sono cresciuta e quella casa è diventata l’unica casa. La mia casa. La casa in centro, la casa così comoda, che me ne vado in giro a piedi, che la macchina così posso usarla poco, che è così grande e luminosa, la mia camera era il mio nido, la mia fortezza, l’adolescenza e la chiave nella serratura, la porta sbattuta, i ragazzini, gli amici, i genitori seduti sul letto che cercano di fare pace dopo che ci litighi, la scrivania che cambia perché adesso devo disegnare, gli scaffali che si svuotano perché me ne vado a Milano. Poi, negli anni dell’università, sono tornata, poi me ne sono andata di nuovo, poi sono successe un sacco di cose, e poi è cambiato tutto.

Ci sono tornata un paio di settimane fa. Era completamente vuota. Il corridoio lungo mi sembrava ancora più lungo. Le tapparelle tutte abbassate. Ho aperto la porta della mia stanza e ho avuto la nausea, per un secondo. Le pareti verdi e il parquet rovinato, l’odore di chiuso e di polvere. I fili che scendono dove prima c’era il lampadario. Cosa succede ai luoghi, quando ce ne andiamo?

Cosa succede ai luoghi, quando ce ne andiamo? Me lo sono chiesta mentre guardavo Valparaíso allontanarsi sempre di più, dal finestrino dell’autobus. Non ero triste. Non ero e basta. Se ripenso a quel momento mi immagino come un buco nero con la valigia, il biglietto aereo tra le mani e lo zainetto nero sulle spalle. La tristezza, è arrivata dopo. La tristezza è arrivata quando erano le 3 del mattino e avevo sete, la tristezza è arrivata quando non riuscivo a trovare l’interruttore della luce della cucina e quando ho aperto almeno 4 ante del mobile prima di trovare quella dei bicchieri. Eccola, la tristezza. Eccola lì, tra le mani di chi non può fare dei gesti automatici, perché gli spazi sono diversi, le distanze, sono diverse, la posizione degli oggetti, l’ordine che non hai deciso tu.  Non ho ancora finito di svuotare tutti gli scatoloni, ma so che contengono solo libri che ho già letto. Non lo faccio, come non facevo quello stupido sforzo di portare in camera e disfare la borsa con dentro due stracci e uno spazzolino le volte che tornavo da Milano a Brescia per 24 ore. Non lo faccio perché non ci riesco. Non lo faccio perché il movimento è quello che cerco, la stasi mi spaventa, il “per sempre” non esiste e i luoghi sono tutti temporanei. 

Uno spazio temporaneo non ha meno valore di uno spazio definitivo. Uno spazio temporaneo ti fa essere sentimentale e ti obbliga ad essere forte, ti costringe a costruire muri interiori perché sai che saranno gli unici che rimarranno sempre i tuoi. Su quei muri interiori ci puoi appendere quello che vuoi, io ho scelto di appenderci i ricordi di ogni casa in cui sono stata, ogni letto in cui ho dormito, ogni città che mi ha accolta e mi ha fatto sentire sua per sempre. Ho scelto di disegnarci i paesaggi che ho visto in Sud America, i rumori della casa di Felipe, i colori di Valparaíso. Ho scelto di riempire i miei cassetti immaginari di tutti gli oggetti che invece nella realtà ho buttato via, pensando che la prossima volta che me ne andrò vorrò farlo solo con un grande zaino senza più tornare indietro a prendere il resto. Ho scelto di non avere un pavimento, per poter cambiare sempre altitudine e far sentire ai miei piedi sempre consistenze diverse, ho scelto di tatuarmi la parola casa sul polso, perché così la mia casa la posso portare sempre con me, e può rappresentare luoghi diversi in tempi diversi, ma anche il corpo stesso che mi tiene in vita. La cosa assurda è che in realtà io stessa sono molto più temporanea di tutto ciò che mi circonda, ma chissà perché si pensa sempre che sia il resto, a finire.

   

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Francesca, oggi, vive sul Lago di Garda. Ma la trovate qui e qui

19 Notes
"Voglio starmene da solo. Vorrei andare nella foresta Boema. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; devo vedere cose nuove e studiarle, voglio gustare acque scure, vedere alberi scricchiolanti, venti selvaggi, voglio osservare stupito marce recinzioni di giardini nel loro essere sempre vive, sentire giovani boschi di betulle e foglie vibranti, voglio vedere luce, sole, e alla sera godermi le umide valli verdazzurre, seguire il luccichio dei pesci dorati, veder crescere nuvole bianche, vorrei parlare con i fiori. Scrutare nell’intimo erbe e uomini rosati, saper dire di antiche chiese dignitose, piccole cupole, voglio correre via senza fermarmi su tondeggianti colline campestri attraverso vasti pianori, voglio baciare la terra e sentire il profumo di morbidi, caldi fiori di muschio; allora darei forma veramente bella ai campi colorati. –
Di primo mattino vorrei rivedere il sole che sorge e potrei osservare il respiro della terra, scintillante."

Egon Schiele, da una lettera ad Anton Peschka, maggio 1910
272 Notes

British Museum, London

© Francesca Iovene

London Colours /1

© Francesca Iovene

diciassette luglio duemilaquattordici

mi ricordo i piedi bianchi di felipe, i granellini di sabbia chiara tra le sue dita. mi ricordo di aver pensato che mi sarei ricordata del momento, e che avrei avuto nostalgia di quell’ultima passeggiata sulla spiaggia. non stavo bene. non stavo male, stavo bene, ma non stavo bene. avevo le scarpe in mano, i talloni che sprofondavano nella sabbia bagnata e l’acqua era così fredda che ad ogni onda sentivo un pochino di dolore e un brivido mi attraversava tutto il corpo. poi passava subito, se lo portava via il sole forte di un inverno bellissimo, col cielo così azzurro che mi faceva male agl’occhi, la schiuma faceva solletico e l’odore intenso di sale, gabbiani e leoni marini mi riempiva fin dentro alla fronte. come quando qualcuno ti preme con i pollici in mezzo agli occhi.
e io camminavo piano, rimanevo indietro.
camminavo pianissimo, guardavo gli altri sempre più piccoli e distanti, ma a me non importava.

avrei voluto rimanere indietro per tutta la vita.

7 Notes
idisegnini:

finirà

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finirà

oggiabbiamocapitoche:

DomenicaFrancesca Iovene

oggiabbiamocapitoche:

Domenica

Francesca Iovene